Brano tratto da “Les fleurs du mal” di Charles Baudelaire

Al lettore:

La stoltezza, l’errore, il peccato, la grettezza, empiono i nostri spiriti e travagliano i corpi, e noi alimentiamo i nostri cari rimorsi come i mendicanti nutrono i loro insetti. Peccati ostinati, pentimenti vigliacchi; le nostre confessioni esigono lauti compensi, e sulla via melmosa rientriamo contenti, con vili lacrime illusi di lavare ogni macchia. Satana Trismegisto sul cuscino del male culla lungamente il nostro spirito incantato, ed il ricco metallo della nostra volontà da quel sapiente chimico è volatilizzato. E’ il diavolo che tiene i fili che ci squassano! Troviamo grazie agli oggetti più ripugnanti, senza orrore, attraverso tenebre nauseanti, verso l’Inferno ogni giorno discendiamo d’un passo. Come un vizioso povero che bacia e che mangia il seno martoriato di una puttana antica, afferriamo a volo un piacere clandestino che spremiamo con forza come una vecchia arancia. Fitta, brulicante come un milione d’elminti, ci impazza nel cervello una folla di Demoni, e quando respiriamo ci scende nei polmoni la Morte , fiume invisibile, con sordi lamenti. Se lo stupro, il veleno, il pugnale, l’incendio, di fregi suggestivi non hanno ancora trapunto la trama banale dei nostri avviliti destini, è che l’anima, ahimè! non ha coraggio a tal punto. Ma in mezzo agli sciacalli, le pantere, le linci, le scimmie, gli avvoltoi, gli scorpioni, i serpenti, fra i mostri strepitanti, urlanti, grugnenti, striscianti, nel serraglio infame di tutti i nostri vizi, uno ce n’èpiù orribile, più malvagio, più immondo! Benchè non lanci alte grida nè faccia grandi gesti, ridurrebbe la terra ad un misero resto ed in uno sbadiglio inghiottirebbe il mondo! E’ la noia! – L’occhio di pianto un incongruo rovello gli colma, fuma l’houka sognando patiboli. Lo conosci, lettore, questo mostro sensibile, – ipocrita lettore – mio simile – fratello!

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~ di timpirinad su 4 luglio 2011.

Una Risposta to “Brano tratto da “Les fleurs du mal” di Charles Baudelaire”

  1. Non credere che assurga a strampalato accademico…, ma sti versi sono il nucleo del mondo! Ascolta.

    Au lecteur, liminare fin dalla I^ edizione (1857). stabilisce le coordinate dell’esperienza del viaggio nel regno degli Inferi, viaggio teleologico verso la morte “come altro mondo” in cui non si muore, ma si è incessantemente tra la vita e la morte, morti in vita come nella BALLATA DEL VECCHIO MARINAIO di Coleridge.
    “Au lecteur come titolo. “Hypocrite lecteur”. Vi è una relazione progressiva di avvicinamento: ipocrita lettore, falsario mascherato, in mala fede, ma anche “simile”, e più vicino ancora, fratello, cioè legato da vincoli di sangue.
    Il poeta richiede al lettore, lontano ma in realtà vicinissimo, di condividere questo viaggio nei gironi del mondo attraversando il nero paesaggio dell’Angoscia e della Melanconia (“nero” perchè il libro è “atroce”). gli sguardi dovranno collimare, coincidere; chi non è fratello non può essere lettore del libro maledetto.
    L’avvio è piuttosto violento: si presenta nella forma di una perentoria affermazione.
    L’imbecillità, la stupidità non è uno sbaglio di calcolo, ma piuttosto un’aberrazione mentale, un malinteso profondamente investito! Il “peccato” è un terzo tipo di deviazione o di scompenso; l'”avarizia” deriva da un ceppo comune che genera anche avidità: l’avaro brama, desidera, è cupido, ma in un suo mondo di stupida meschinità.
    “Ci possiedono al punto” … splendido esempio di spazialità mentale angosciosa e assillante. La nostra colpa diviene il nutrimento per qualcuno: per chi? e chi ci divora? Risposta: i nostri amabili rimorsi in quella guisa che il mendicante si pone nella situazione di farsi divorare dai suoi parassiti. I mendicanti alimentano i loro parassiti, cimici, zecche, pidocchi, pulci. Il corpo, come pasto dei parassiti, diventa l’embema di un “noi” schifoso e repellente.
    I nostri peccati sono ostinati, i nostri pentimenti sono vivi. Si perdura nella coazione a ripetere, resa inevitabile dalla viltà scarsa forza, volontà e decisione del pentimento e qui subentra il motivo cattolico: la confessione e l’assoluzione dai peccati è pagata a poco prezzo. E’ un mercimonio. Per cui ben presto si ritorna nel fango, cioè una situazione quasi di predestinazione, di fato.
    Compare sulla scena una formidabile figura fantasmatica: Satana Trismegisto seduce la mente e manda in fumo la nostra volontà. Satana è la personificazione del male, parola fitta di risonanze in Baudelaire.
    Bellissima la scena di seduzione… culla “lungamente” la nostra mente incantata.
    Egli da un lato “culla” le nostre paure, dall’altro ci fa sprofondare nel baratro del male; e ancora lil sapiente alchimista che metaforizza Satana è il poeta stesso.
    E’ il diavolo, il Demonio a tenere ben stretti i fili che ci fanno muovere. L’immagine dei “fili” ci rinvia ad un’altra scena, quella del gran burattinaio che ci fa muovere come marionette. E con ciò ritorna l’errare precedente, giacchè l’effetto di questa stregoneria diabolica è quella di trovare seducenti gli oggetti più ripugnanti. Ma come si può rimanere sedotti dal male? E’ l’enigma dell’uomo baudelairiano: è come se il poeta ci rinviasse ad una potenza interna ed esterna, intrinseca all’uomo che lo guida lungo i sentieri del mal. E’ dir poco se si afferma che il male consiste in una mancanza di volontà. In realtà il Satana baudelairiano, è una caricatura di Dio e questa caricatura deriva da una trasformazione alchemica di valori, che stravo.lge tutto ilsenso del mondo della vita. Esso risulta da un atto positivo di negazione, da un atto consapevole e intenzionale di trasgressione e di rivolta, di rifiuto e di rinnegamento nei confronti di una previa positività: da una forza negatrice.
    Così si scende, giorno dopo giorno, nel gorgo infernale: ma, appunto, “senza orrore” (continua l’incantesimo) e tuttavia attraverso tenebre fetide.
    Ed è qui stupenda, l’immagine del misero vizioso che bacia e divora il seno martoriato di un’antica puttana. Inutile dire che questo seno spremuto, depredato e seviziato corrisponde, in profondo, adf un’immagine fortemente svilita della madre.
    Il cinismo narcisista trova compimento nell’ultimo verso, nell’immagine dell’arancia spremuta a fondo, come viene spremuto il fuggitivo piacere, rubato passando.
    E’ il cinismo distruttivo del narcisista…. condizione atroce malinconica che caratterizza non solo il poeta ma,’ per dilatazione , anche il resto dell’umanità.
    L’abisso è la descrizione del mondo interno del poeta occupato dalle bestie feroci, che devastano ogni elemento di bontà-bellezza, a favore di una tragicità senza requie, senza speranza.
    Un popolo di demoni, stipato e brulicante come milioni di vermi, scatena un’orgia.
    Satana si è moltiplicato… ha dilagato nel mondo interno del poeta e dell’uomo in generale.
    Tutto ciò, evidentemente, è frutto di un’introiezione maligna : è l’aria che noi introiettiamo col primo respiro, col solo fatto di respirare, noi introiettiamo il mondo esterno.
    Con questo respiro, così essenziale nel mondo del vivente, in realtà introiettiamo non più demoni, ma addirittura la Morte che è paradossalmente sia aria che acqua… appunto fiume invisibile ( qui Baudelaire suggerisce che non solo il neo-nato introietta con il respiro, ma anche il feto stesso, nel suo liquido amniotico, ha già cominciato ad introiettare la morte; Baudelaire radicalizza i termini, ma vede correttamente che alla nascita e forse anche prima, inizia già il processo di morte).
    I nostri destini sono penosi, pietosi; la trama banale dei nostri penosi destini non è ancora stata ricamata da graziosi disegni, i quali in realtà non sono altro che lo stupro, il veleno, l’incendio e il pugnale ( tutte forme di violenza distruttiva, omicida, antitetici ad ogni forma di eros).
    Un vero e proprio bestiario del mondo interno dove domina il rapporto perverso col vizio.
    Prima ondata: sciacalli, pantere, cagne; seconda ondata: scimmie, scorpioni, avvoltoi, serpenti.
    Questi mostri in azione di guaire, urlare, grugnire, stanno nel “serraglio infame” dei nostri vizi, sotto forma di una intollerabile, degradata e perversa relazione oggettuale.
    Ebbene fra tutti questi mostri che dilaniano la mente del poeta, ve n’è uno più brutto, più malvagio, più immondo…., quel che colpisce , dopo questo lungo ed elaborato preambolo, è che il carattere subdolo del più grande dei nostri mali fa sì che esso non gesticoli, ne gridipiù di tanto; ma della terra farebbe un’unica rovina e sbadigliando inghittirebbe il mondo.
    Questa è la potenza aggressiva e distruggitrice della fase orale-cannibalica, a cui è legato il cannibale melanconico, che tortura l’oggetto d’amore perduto fino ad espellerlo analmente…. La voglia di distruggere…, la voglia di divorare!

    POESIA BELLISSIMA DALILA,
    Io non la dimenticherò mai!

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